Uno degli aspetti più significativi del disagio nel bambino è la difficoltà che questo incontra nella lettura. Si tratta di una difficoltà che genera un grande rumore intorno al bambino sia da parte della famiglia che della scuola e, spesso, il risultato è quello di spiegare questa dimensione giungendo a definire il bambino dislessico.
Una definizione, l'essere dislessico, che il bambino si porterà addosso come un cappotto troppo stretto, come mi disse, in un incontro a scuola un bambino di 1 media " Dicono che sono dislessico, che non capisco le parole scritte...sono gli altri che leggono per me". Nei suoi occhi si leggeva lo sconforto per un'etichetta che non capiva. " Ma- continuava- io voglio dimostrare che capisco. Io voglio diventare ingegnere!". Che strano sentire un bambino di 12 anni che definiva in maniera lucida e distante il suo futuro. Cosa la sua piccola mente pensava veramente? Come la sua anima si sentiva? Che idea aveva di sé? E, sopratutto, come viveva l'impotenza di dimostrare il contrario di ciò che, bianco su nero, lo definiva come diverso dagli altri?
La diagnosi aveva spiegato la sua difficoltà e creato un contesto di supporto educativo e didattico, ma, purtroppo, nel contempo aveva leso ulteriormente l'immagine, già fragile, che il bambino ( bambino tra i bambini) aveva di sé. Sarebbe stato importante integrare, a quel quadro un supporto educativo e psicologico per il bambino e chi lo circondava, così da ridurre le conseguenze dannose sia per la sua autostima che per la sua vita di relazione.
Si, perché dietro la difficoltà di lettura di quel bambino c'era tanto altro anche livello emotivo ed affettivo, quel tanto altro che era difficile vedere ed accettare poiché chiamava in casa tutti dalla scuola, alla famiglia sino all'intera società. E non sempre si è pronti ad essere chiamati in causa.
E' più facile limitarsi medicalizzare la sofferenza, spostare tutto sul bambino, su problema che è solo suo, anche se questo non sarà una risposta al suo disagio, al suo fare rumore.

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